Diritto al cibo: sviluppo sostenibile e spreco alimentare

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Nella nostra Costituzione il diritto al cibo non è presente, forse per eccesso di ottimismo. Il diritto al cibo è invece presente nella Carta Costituzionale del Brasile, dell’India e del Sud Africa e di altri pochi Stati dove la sicurezza di accedere al cibo non era così scontata.

L’alimentazione dei popoli è fortemente cambiata nel corso della storia, ma la vera domanda che ci dobbiamo porre è: siamo davvero liberi di mangiare ciò che vogliamo? O semplicemente siamo liberi di comprare ciò che il mercato ci offre? La risposta a questa domanda sembra scontata, ovvero l’alimentazione non è libera, è globale.

I fattori che entrano in gioco quando si parla di diritto al cibo sono tanti. Vorremmo soffermarci in questo articolo a discutere soprattutto le tematiche che riguardano lo spreco alimentare, la fame nel mondo e di conseguenza lo sviluppo sostenibile.

Il diritto al cibo nella storia

La storia del Diritto al cibo inizia se vogliamo nel tredicesimo secolo. Nel 1215 nella Magna Charta si diceva che nessuno sarebbe stato multato in una misura che lo privasse dei sui mezzi di sussistenza. Questo significava che il diritto al cibo era qualcosa che apparteneva all’uomo. Nel 1948, appena finita la Seconda Guerra, l’ONU scrisse la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e l’articolo 25 riguardava appunto il cibo.

Nel 1986 nella Carta di Ottawa si parla di Diritto al cibo con lo scopo di rispettare, adempire e proteggere. Sempre in questi anni il cibo inizia a venire considerato “merce”, si tratta di far desiderare il cibo a persone di cui non ne hanno bisogno. Il vero problema è la globalizzazione, o meglio, l’insostenibilità nella globalizzazione.

Che cos’è il diritto al cibo?

Il Diritto al cibo non è semplicemente il diritto a essere nutriti. Il Diritto al cibo è un diritto inclusivo, umano e non negoziabile. Si tratta non solo di aver accesso regolare, permanente e libero al cibo. Ciascuno di noi dovrebbe poter vivere in condizioni che permettano di produrre e/o comprare cibo.

Qua bisogna ricordarsi che circa due miliardi di persone soffrono di fame nascosta, sono denutriti in micronutrienti. Circa 1 miliardo di persone soffrono la fame vera e questo provoca 36 milioni di morti all’anno. Dall’altra parte invece abbiamo chi spreca cibo, se si può classificare una forma di spreco anche l’obesità. Un miliardo di persone obese nel mondo causa 29 milioni di morti all’anno.

Il problema di tutto questo è che chi soffre più la fame sono coloro che per mestiere producono cibo, insieme a coloro che non hanno accessibilità ad un pezzo di terra. Poi bisogna considerare la quota di donne che lavorano nell’agricoltura e i bambini. Ogni secondo nel mondo muoiono 5 bambini per problemi legati alla nutrizione.

Il cibo e la globalizzazione

Quando si prendono in esame questi argomenti bisogna cercare di avere una visione d’insieme, per non escludere niente. Il cibo e la globalizzazione si intersecano se consideriamo il fenomeno del Land Grabbing. Si tratta di una nuova forma di licantropia umana che gioca secondo le moderne non-regole del capitalismo selvaggio senza limiti. In pratica, multinazionali e governi sovrani, per garantire la cosiddetta sicurezza alimentare nei loro paesi, si recano in zone del mondo per fare sostanzialmente razzia di terre altrui. Stipulano accordi commerciali non del tutto trasparenti con gli enti o i governi delle terre che vogliono e poi costringono le comunità locali a lavorare per loro o ad andarsene.

In Africa ci sono 135 milioni di ettari grabizzati. Tutto questo accade per motivi economici, per rientrare nei parametri delle quote di CO2 equivalenti emesse in atmosfera (secondo il trattato di Kyoto), per produrre bio-carburanti e alla fine per produrre cibo ad un costo più basso. Questo meccanismo però viola i diritti umani, in quanto si abolisce il principio del consenso libero, preventivo ed informato.

Finito il periodo di contratto, che può durare anche decenni, queste multinazionali lasciano tutto e se ne vanno per cercare altre terre di cui impadronirsi. Questo però lascia profonde ferite nelle comunità locali in quanto spesso si trovano senza terra o peggio ancora con il territorio distrutto a causa dello sfruttamento. 

A causa di questo meccanismo capitalistico, i contadini di quei luoghi ne escono ancora più poveri e senza possibilità di procurarsi cibo, mentre i loro governatori arricchiti grazie a questi accordi commerciali.

Lo spreco alimentare

Il problema più grande che incide sul diritto al cibo è lo spreco. Ogni anno si butta un terzo della produzione mondiale, quota che sfamerebbe ben 4 volte le persone che oggi soffrono di fame. In media si spreca 520 Kg/anno per persona. Questo significa che un terzo del cibo che noi compriamo, va buttato. Quando si parla di scarto invece si intende ciò che viene buttato una volta che viene messo nel piatto.

Allora si capisce che il grosso problema non è la scarsa produzione di cibo, perché ad oggi produciamo cibo per oltre 9 miliardi di persone. Quello che non funziona è la distribuzione. Purtroppo si decide dove far arrivare il cibo e dove invece non deve arrivare.

Secondo lo studioso Tim Lang, oggi la Terra sta producendo cibo per la ricchezza e non per la salute. Come detto prima, il cibo è diventato merce, e per questo motivo si ha interesse a produrre sempre più a un costo sempre minore. Qualcuno però in questo gioco ci sta rimettendo.

Nel mondo “ricco”, anche grazie a incentivi economici, si vengono a creare delle eccedenze, e queste, non venendo consumate, contribuiscono allo spreco. Per stare sul mercato si deve produrre di più per un costo/ricavo molto basso, aumentando così la produzione, le eccedenze e lo spreco. Sono le regole del mercato. Ma l’alimentazione non sarebbe merce.

I 3 paradossi dell’alimentazione

Sempre nell’ambito dello spreco alimentare e di accessibilità al cibo, ora stiamo vivendo una sindemia, ovvero un’epidemia (obesità) contemporanea ad un altro evento (globalizzazione) che prende il nome di Globesity.

I 3 paradossi dell’alimentazione sono:

  • Dobbiamo decidere se morire di fame o di obesità;
  • Stiamo producendo cibo per le persone, le automobili o gli animali?
  • Stiamo nutrendo lo spreco o la fame?

Ad oggi, infatti, moltissima produzione di grano è destinata all’industria del biocarburante. Questa quota di cibo ovviamente viene sottratta a quella destinata all’uomo. Poi bisogna considerare la quota di cibo per sfamare gli animali, di cui noi ci nutriamo.

Si stima che oggi l’impronta ecologia, ovvero quante risorse ambientali stiamo consumando, ammonti ad un mondo e mezzo. Questo significa che stiamo usando tante risorse come se avessimo a disposizione un mondo e mezzo. Se si continua in questa direzione nel 2050 l’impronta ecologia salirà a 3.

Sviluppo sostenibile: è davvero possibile?

Nella storia abbiamo assistito a diverse transizioni. La prima da citare è quella demografica, ovvero l’allungamento della vita. Poi abbiamo avuto la transizione epidemiologica che ha convolto le malattie croniche e oggi siamo nella transizione Nutrizionale. Questa è caratterizzata da un eccessivo introito di calorie dalla dieta e di proteine (soprattutto animali).

Questo spiega la Globesity, causata anche dai Food Desert. I Food Desert sono quelle zone in periferia delle grandi metropoli in cui si ha accesso con più facilità al cibo spazzatura piuttosto che al cibo salutare. Tant’è vero che prima di incontrare un rivenditore di cibo, si incontrano catene di ristorazione fast food che offrono cibo molto calorico ma povero di nutrienti. 

Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che incontra e soddisfa i bisogni della generazione presente, ma consente anche di soddisfare i bisogni delle generazioni future

In quest’ottica bisognerebbe che il consumo di risorse disponibili non superi il tasso di rigenerazione di esse. Nello specifico, il consumo di risorse non rinnovabili dovrebbe essere compensato da risorse rinnovabili a lungo termine. Infine, l’emissione di inquinanti nell’ambiente non dovrebbe superare la capacità di assorbimento degli ecosistemi.

Prospettive per il futuro

La crescita della domanda di cibo è aumentata fortemente. In più la popolazione mondiale sta crescendo e le conseguenze riguardano soprattutto:

  • Qualità dell’acqua a disposizione
  • Suolo a disposizione per coltivare
  • Qualità dell’aria

Se una matrice ambientale va in crisi, non conosciamo mai il livello di reversibilità

Per il futuro, possiamo delineare due modelli di consumo:

  • Dominante: caratterizzato da disuguaglianza in salute, cibo fast, industrializzazione, vita in città, modernizzazione.
  • Alternativo: caratterizzato da uguaglianza in salute, cibo slow, vita in campagna, tradizioni locali.

“La salute è il margine di tolleranza alle infedeltà dell’ambiente”

Georges Canguilhem

Se noi consideriamo la biocapacità ad oggi, ovvero quanta terra avremmo disponibile per vivere, questa sarebbe di 1,8 ettari/pro-capite. Purtroppo lo stile di vita del mondo “ricco” fa risultare l’impronta ecologia mondiale in media di 2,2 ettari/pro-capite. Significa che avremmo bisogno di più terra per produrre ciò che oggi consumiamo. 

Se consideriamo solo l’Italia, il consumo è di 3,5 ettari/pro-capite.

Le 5 regole per contrastare la globalizzazione

Per coltivare un futuro più equo e sostenibile nel carrello della spesa bisognerebbe ricordarsi queste 5 regole:

  1. Ridurre gli sprechi
  2. Sostenere i piccoli produttori, magari locali
  3. Comprare cibo di stagione
  4. Cucinare intelligentemente
  5. Mangiare meno carne

Conclusioni

Abbiamo visto come il diritto al cibo, lo spreco alimentare e lo sviluppo sostenibile sono i determinanti dell’alimentazione di oggi. Siamo quasi 7 miliardi di persone su questo pianeta, la richiesta di cibo sta aumentando esponenzialmente, anche se oggi la produzione mondiale sarebbe in grado di sfamare circa 10 miliardi di persone. Questo però costringe ancora una grande fetta di popolazione alla fame. 

Dopo tutto, abbiamo capito che il problema sta nel fatto che il cibo viene considerato merce, e come tale viene trattato come qualsiasi altro bene. In questo senso si crea un circolo vizioso in cui le multinazionali per guadagnare di più mettono in gioco sistemi che vedono tagliati fuori dal mercato i paesi del “terzo mondo”. 

La distribuzione del cibo è la responsabile della fame nel mondo, infatti chi soffre di più paradossalmente sono i piccoli produttori di cibo che per star sul mercato si devono adattare alle dure leggi dei grossi distributori: le multinazionali.

Bisognerebbe iniziare fin da bambini a ridurre qualsiasi tipo di spreco per disincentivare questi meccanismi che provocano disuguaglianze. In quest’ottica si dovrebbe cercare di sostenere quello che viene chiamato sviluppo sostenibile. Significa stare attenti di non eccedere nel consumare le risorse senza preoccuparsi della loro rigenerazione. 


Bibliografia

Tim Lang, Food wars: The Global Battle for Mouths, Minds and Markets, 2004.

A. Poli, The Food Pyramid and the Environmental Pyramid, Barilla Center for Food & Nutrition, 2010.

Barilla food center for food and nutritions, Eating in 2030: trends and perspectives, 2012.


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Una risposta

  1. Ale Bellavia ha detto:

    Interessantissimo!!
    Non sarebbe male inserire, tra le materie scolastiche (già a partire dalle elementari), una nuova disciplina (a mio parere FONDAMENTALE): “Educazione Alimentare”…che ne dite?!…in fin dei conti, è l’educazione (quella sensibilizzante e responsabilizzante, intendo, e non quella dittatoriale e dottrinale) il fondamento della civiltà, ed è proprio in ambito educativo che, a mio avviso, occorrerebbe investire maggiormente le proprie risorse; formare cittadini coscienti e sensibili…il resto vien poi da sè, naturalmente!

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